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E brindo a chi è come me ar bar della rabbia e più bevo e più sete me viè sti bicchieri sò pieni de sabbia
19 settembre 2014
19 settembre

Ho lasciato Milano, per sempre. Faccio come i bambini o come Adamo, dò i nomi alle cose, alle sensazioni, per assicurarmi che esistano. Ancora non mi rendo conto, faccio fatica a mettere assieme i pezzi, ci vorrà del tempo perché io tolga quella sensazione di tornare in un posto che non mi piace con la sola speranza di trovare una scuola che per qualche ora rappresenti un'isola felice prima di tornare alle brutture di un mondo fatto di ipermercati alienanti, gente maleducata e fredda, niente sole, poco amore per la cultura e un mucchio di altre cose brutte che non ho in mente di elaborare. Qui dove sto adesso è molto più bello, ho imparato a piantare alcune cose, niente di eccezionale ma è sempre meglio di prima, ieri ho comprato una pianta carnivora, ho una gatta, una splendida gatta che non ci fa dormire. " Tutto l'universo obbedisce all'amore", recita una canzone di Battiato. Ci vorrà del tempo perché metta assieme i pezzi e respiri ancora un po’ di questa aria così bella; è ancora presto, è il 19 settembre e ieri pensavo che, no, non devo tornare. Posso pensare al futuro con serenità anche se sarebbe più corretto dire che posso pensare al futuro in un posto che mi piace, con dei colori che sono quelli che voglio vedere e dei suoni che non siano quelli asfittici di un posto senza identità e senza anima. E devo recuperare la mia di anima persa in questi anni di sacrifici enormi. Alla fine è andata così: ho scelto di privilegiare il lavoro e in sette anni non ho fatto altro, girando come una trottola da una scuola all’altra, finendo per conoscere la Lombardia più della Sicilia. Non che adesso il mio destino sarà diverso ma, almeno questa parte della storia è frutto delle mie scelte. Ed era un po’ che non sceglievo e scegliere è bello. Non voglio essere più costretto a stare in un posto che non mi piace, non voglio essere più costretto a fare niente, niente che non sia per me o per chi mi sta accanto.




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DIARI
8 febbraio 2013
otto febbraio

Caro diario, ieri è stata una giornata molto difficile. 

E’ iniziata in un modo normale ma dopo poche ore già sapevo che sarebbe stata molto complicata e piena di domande ma non come quelle che mi faccio sempre, che girano nel mio cervello praticamente da quando sono nato, no, caro diario, domande diverse. Più semplici. 

Le domande che si fanno i bambini ma che se sono intelligenti e furbi, se la vita non li ha fregati, a volte, si fanno anche i grandi. 

Domande come ciliegie, ne mangi una e subito dopo ne vuoi un’altra e poi un’altra ancora. 

La prima ciliegia è: chi sono io? Sono un’insegnante? Sono un ragazzo o un uomo? Un bambino o un adulto? Lo so, caro diario che sembrano quattro ciliegie, ma cominciamo dalla prima (e un po’ anche dalla seconda). Nonostante siano passati sei anni (sei lunghi e intensissimi anni) dalla prima volta che ho messo piede in una scuola in un ruolo diverso da quello di uno studente io proprio non riesco a dirlo che sono un insegnante. 

I primi anni non era così, i primi anni ero fiero, lo sbandieravo, senza pudore, come se lo fossi, come se fossi bravo, come se fossi arrivato. 

Poi ho iniziato a gridarlo un po’meno, negli anni successivi l’ho appena sussurrato e negli ultimi tempi affronto la domanda rispondendo timidamente: “ lavoro nella scuola”. 

E non certo perché mi vergogni o perché non lo sappia quale sia il mio ruolo, ma semplicemente perché quando ti trovi di fronte ad una cosa bella e quando quella bellezza si svela ai tuoi occhi, anno dopo anno, inondandoti di una luce incredibile non puoi fare altro che reagire a quella luce con un sorriso, con lo stupore di un bambino che vede il mare per la prima volta. 

E lo stupore non ha bisogno di parole, non ha bisogno di un’etichetta, non ha bisogno che si dica nulla. 

Non lo so se ho risposto alla prima ciliegia, caro diario, ma spero che valga il “non lo so chi sono ma lavoro nella scuola”. 

E quindi passo alla seconda. 

Mi piace Siddharta, mi piace l’idea che in una sola persona possano coesistere stando in perfetto equilibrio bambino, adulto e uomo che è avanti negli anni (non mi piace dire vecchio, anziano o uomo maturo). Dopo anni passati a cercare di capire o di far emergere una sola di queste tre parti pensando che potesse essere importante più delle altre due ho capito che la cosa migliore da fare è lasciarle crescere e girare in te tutte e tre. 

Quindi, caro diario, la seconda ciliegia è più facile della prima, sono un ragazzo, sono anche un uomo, prima o poi sarò anche un uomo avanti con gli anni e, ultima cosa ma non meno importante, sono anche un bambino, sono quello che parlava con le lampadine, che si domandava che vita avessero quando erano spente e ancora nella scatola. 

Me le rigiravo tra le mani ed era bellissimo. 

Sognavo di potere diventare giornalaio perché mi piacevano i fumetti e il giornalaio, appunto, era fortunato perché aveva tutti i fumetti lì e li poteva leggere quando voleva. 

Bambino, ragazzo, uomo. 

Far convivere questi tre stati è una delle poche cose che so fare bene, una delle poche cose che so fare. 

E mano a mano che passa il tempo mi rendo conto che quel lavorare a scuola è una grande fortuna, perché ti trovi di fronte tanti piccoli adulti, ragazzi, bambini ai quali devi far capire, con parole diverse e tue quanto sia importante che lascino stare il mondo così com’è, che si divertano in tutti e tre gli stati. 

E quando glielo hai fatto capire vai via. 

Emily Dickinson disse una volta della poesia che era come “accendere una lampada e poi sparire”. 

Ecco.




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DIARI
16 dicembre 2012
sedici dicembre

Anni fa presi lezioni di chitarra. Ricordo che il maestro aveva da poco superato i 40 anni e l’unica cosa che ricordo di quelle lezioni che non sono state proprio utilissime (più che il giro di do conosco il giro pizza) è che una volta disse: “ è meglio imparare quello che c’è da imparare prima dei 40 perché poi dopo è comprovato che non si impara più nulla”. Ci pensavo oggi, parlando con G. e guardando o provando a guardare dentro me stesso. La domanda che mi faccio di più in questo periodo, la domanda che ho ripreso a farmi è perché ho smesso di farmi domande o meglio ho smesso di farmi alcune domande. Forse sono caduto anche io in questo errore. E se ci penso non ho mai fatto prima d’ora questo semplice esercizio: chiediti cosa hai imparato oggi. Fallo alla fine di ogni giorno.

Cosa ho imparato oggi? Ho imparato che devo arrabbiarmi di più ma con le persone giuste, che devo gestire la rabbia, che devo essere meno dialogante, almeno una volta nella vita. Speriamo che quella volta sia martedì. Nel frattempo avrò imparato altre cose.




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30 novembre 2012
puoi sempre respirare dopo

Sono abituato a vedere in quello che leggo qualcosa di più, metafore che magari l’autore non intendeva come tali. Così, correggendo il tema di una mia alunna, mi sono imbattuto in una frase che mi ha colpito,una frase bellissima all’interno di un tema lucido, limpido, fresco come solo i ragazzi sanno essere. Si parlava dello sport, del suo valore e significato,delle regole e di tutto il resto. Questa ragazza fa nuoto e a un certo punto scrive, a proposito dell’acqua e del respirare che questa ultima cosa la devi gestire in un modo diverso da come la gestisci quando sei fuori dall’acqua. Non devi respirare perché “ puoi sempre respirare dopo”. Da quando l’ho letta questa frase è diventata il mio motto; in questi mesi ho fatto il pieno di vita, sono stati mesi importanti, settimane in cui ho pensato pochissimo e sicuramente non nel modo in cui ero da sempre abituato, sono stato e sono ancora adesso al centro di vortici bellissimi, ogni giorno mille uragani mi portano avanti e indietro dal Kansas alla città degli smeraldi, come la mia amata Dorothy. E mi è passata e mi passa ancora tutta la vita davanti, la vita che credevo di aver vissuto, tutto ciò che fino a poco tempo fa avevo chiamato,prendendo a prestito un bel disco di Lorenzo, il mio “Ora”. Tutte le certezze che credevo di avere stavano solo aspettando di essere messe da parte. Tutto ciò che ho pensato prima di questo momento è stato spazzato via ma senza essere messo da parte, senza dimenticare nulla. Non so se c’entri qualcosa quello che diceva Snoopy: “Un’intera montagna di ricordi non eguaglierà mai una piccola speranza”.

E adesso che ho scritto tutto d’un fiato come se avessi nuotato, bracciata dopo bracciata, capisco ancora di più che ha avuto un senso non respirare in questi mesi, che era giusto immergersi senza paura di annegarci in quella vita perché è così che deve andare: Puoi sempre respirare dopo.




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1 gennaio 2012
Nel 2012
 

Nel 2012 mio nipote compirà due anni e io mi farò 1300 km per fargli gli auguri.

Nel 2012 uscirà il nuovo disco di Nina Zilli e io lo comprerò.

Nel 2012 mi iscriverò in palestra e forse dimagrirò.

Nel 2012 andrò per primo a vedere il nuovo film di Ozpetek.

Nel 2012 continuerò a fare politica.

Nel 2012 mi toglierò di dosso la sindrome chiamata “adesso esco e mi trovo una fidanzata”.

Nel 2012 farò come dice Stefano Benni “prima o poi l’amore arriva”

Nel 2012 compirò trentaquattro anni e mi sentirò un giorno più vecchio e un giorno più giovane.

Nel 2012 il numero 34 sarà quello che pronuncerò più spesso e sempre nel 2012 fuggirò la paura dei 40.

Nel 2012 ci sarà ancora qualcuno che mi chiamerà ragazzo. Nel 2012 ci sarà ancora qualcuno che mi chiederà se ho appena iniziato ad insegnare.

Nel 2012 insegnerò ancora almeno fino a giugno.

Nel 2012 forse a luglio farò di nuovo gli esami di maturità e so già che questa cosa mi piacerà ancora di più.

Nel 2012 leggerò di più.

Nel 2012 farò delle lunghe camminate.

Nel 2012 andrò di nuovo a Torino.

Nel 2012 andrò di nuovo al lago di Como e da solo, senza dirlo a nessuno.

Nel 2012 scriverò più spesso.

Nel 2012 cercherò di vivere con più leggerezza, con meno zavorre.

Nel 2012 farò il cammino di Santiago.

Nel 2012 mi guarderò dentro di più.

Nel 2012 andrò a porta Venezia, l’ultimo giorno di inverno.

Nel 2012 proverò ad essere più cinico almeno per una settimana.

Nel 2012 userò i miei occhi almeno per un’ora.

Ora e ancora.




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29 dicembre 2011
ventinove dicembre
 

“Terra di nessuno (in latino terra nullius) è una locuzione che indica un territorio conteso o non chiaramente soggetto ad una autorità nazionale precisa.

Nell'uso più comune, l'espressione "terra di nessuno" definisce la striscia di terreno che divide le postazioni di due eserciti belligeranti.”

A me piace pensare anche che terra di nessuno voglia dire che ti trovi in un territorio che non ha nulla a che fare con quelli che hai esplorato in precedenza, hai appena superato la tua linea d’ombra, non solo la tua infanzia è lontanissima, ma anche il tuo presente, la cena di ieri, la vita che hai condotto (mi piace il verbo conducere) nell’ultimo anno, che hai condotto dove volevi tu anche se non con i risultati che volevi tu. E’ stata una lotta. Non bellissima, ma bella. A volte bello è meglio di bellissimo. Il bello sa di conquista, bellissimo sa di vittoria. Ho di nuovo marcato il territorio. Ci ho pisciato sopra per far vedere che ero stato lì.

(Ascolto i radiohead e penso. Potrei chiudere tutto in quelle righe e invece sento che c’è qualcosa in più, una forza che viene dal passato, qualcosa che non riesco a definire. Buon 2012)

 (Ogni giorno potrebbe essere l'ultimo. E te lo godi per questo ma mai abbastanza. Quello che non riuscivo a scrivere qualche ora fa viene fuori adesso. Evidentemente qualcosa sta davvero cambiando, i tempi con cui faccio le cose, i miei pensieri, lo sguardo che ho sul mondo, adesso, è completamente diverso. Più maturo, più sofferto ma non meno bambino. Ho voglia di esserci in quello che faccio, voglia di esserci di più, voglia di correre e di fotterlo il mio tempo. E' sempre lui che frega me, è sempre avanti. Pezzi. La parola pezzi ultimamente mi piace parecchio. Pezzi di te che non capisci, pezzi di famiglia che se ne vanno, che si spostano. Pezzi di vita che non torneranno mai più. E il tuo tempo come lo stai vivendo? Chissà gli altri, quegli altri che tante volte dico di osservare e capire se se lo domandano. Se i poco più che trentenni come me si chiedono tanto o poco se quello che stiano facendo sia davvero costruire il futuro. Non ci ho mai pensato così tanto a questa cosa. Oggi dicevo con amarezza mista a dolcezza che nella mia vita non ho fatto altro che lavorare, lavorare e prima studiare e mettere nello studio lo stesso impegno esagerato che metto nel lavoro che faccio. Ora però viaggio verso i 34 anni e non ho una fidanzata, non ho una moglie, non ho un bambino. Ho solo un lavoro, splendido che mi faccio bastare e a questa cosa non ci ho mai pensato così tanto e non l'ho mai pensata così tanto come un errore, come una cosa che non doveva essere fatta e che non deve essere fatta più. Vorrei che mi battesse di nuovo il cuore come solo io ricordo.)




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14 dicembre 2011
caro babbo natale...
           
Caro babbo natale, come vedi anche stavolta mi sono comportato bene, ho fatto il bravo e quindi mi merito tanti e tanti regali.
Quindi prendi un sacco grande grande e riempilo delle cose che ora ti dico.
Per questo Natale vorrei: le sette ore che mancano per comporre una cattedra completa, un iphone 4s, una playstation, un profumo dolce e gabbana, un forno a microonde, una macchina elettrica o i...n alternativa una macchina con il cambio automatico, un tapis-roulant che smetterò di usare dopo una settimana e un biglietto andata e ritorno per l'Islanda.
E questo per ciò che riguarda i beni materiali.
Invece, per ciò che riguarda le cose un po' meno tangibili vorrei, caro Babbo Natale, che tu ti portassi via, con te, in Lapponia tutte le persone che in questi giorni sono più buone solo perchè è Natale.
Digli, caro Babbo Natale, di fare come me, io a Natale sono più stronzo e se mi stai antipatico ti faccio pure il regalo e te lo faccio pure di merda, solo per sentirti dire: "cavolo, è proprio quello di cui avevo bisogno!!".
Digli di fare come me, di comportarsi bene, non solo a Natale, ma anche dopo. Porta via, caro Babbo Natale, tutte le persone che sono convinte che in Italia non cambierà mai niente, che la scuola non funziona, che non ci sono più le mezze stagioni, che i politici sono tutti ladri e altri luoghi comuni che adesso non ricordo. Porta via chi in questi giorni sta dicendo che non si può morire per cinque euro l'ora, digli a queste persone, che il ragazzo che è morto allestendo il concerto di Jovanotti si stava facendo il culo per pagarsi gli studi, anzichè tentare di dare dignità cinematografica al filmino di Belen.
Stava lavorando, come me, come tanti.
Fai finire l'Inter ad un passo dalla serie B, ma non la fare retrocedere, falla salvare all'ultima giornata, se finisce in B non c'è gusto.
Fammi trovare sotto l'albero, caro Babbo Natale, un paio di biglietti per una qualsiasi delle partite di Champions della Juve, non dico quelle della finale, ma almeno i quarti dai.
Fa che si vada a votare presto e che riemergano dalle tenebre la destra e, soprattutto, la sinistra.
Dove le hai nascoste, birichino di un Babbo Natale?
Poi, caro Babbo, puoi dire a Tiziano Ferro che lo abbiamo capito che è omosessuale, non c'è bisogno che ce lo dice più, gli volevamo bene (o lo odiavamo) prima e gli vogliamo bene(o lo odiamo) allo stesso modo, non è cambiato nulla.
Portati via Bruno Vespa, Travaglio e i suoi monologhi inutili, Gigi D'Alessio ho idea che ti piaccia, perché te lo chiedo tutti gli anni e tu continui a non sentire(gusti di merda Babbo Natale). Portati via Carlo Conti, i migliori anni e la finta cattiveria di striscia la notizia, quelli che maltrattano i cani, i bambini e la grammatica. Fine della lettera, salutami le renne, la befana e copriti che fa freddo.
Ah e se ti resta tempo, trovami una fidanzata :-)
Auguri!!



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26 novembre 2011
oops i did it again

Fra pochi giorni saranno sei anni che sono laureato.

Se quel giorno mi avessero detto che avrei scritto qualcosa citando una canzone di Britney Spears, forse non ci avrei creduto, forse avrei ingrandito i miei occhi già grandi, sicuramente avrei avuto, curiosità, stupore e fretta, tanta fretta mista a voglia di percorrere gli anni che da lì in poi mi avrebbero riservato tante sorprese.

La parola futuro è la più difficile da pronunciare per un giovane, sembra strano ma è così, perché quel futuro è appena cominciato, perché sei tu quel futuro e perché quella fretta che hai deve diventare pazienza, tenacia nell'affrontarlo, devi liberarti dalla fretta e affrontare ogni giorno come se fosse un anno, ogni minuto come se fosse una vita.

Le sapevo queste cose sei anni fa, le intuivo, me la sono sempre cavata bene con l'intuito, sentivo che quel futuro che stava cominciando dovevo viverlo.

E quando mi è stata data la possibilità di viverlo io ero lì, pronto, a non capire quello che stavo facendo a farlo, a vivere un sogno che non era il sogno di un altro ma era il mio.

Ero pronto, a vedere progressivamente sciogliersi sotto i miei occhi quella fretta e a vederla trasfomarsi in pazienza, spirito di osservazione e un mucchio di altre cose che mai avrei immaginato di avere dentro e riuscire ad usare.

Ho sempre parlato di me quando ho scritto, sempre e dannatamente autoreferenziale.

E mano a mano questo tabù si sgretola e non già perché io sia improvvisamente diventato umile o non desideroso di migliorarmi e di considerarmi il centro del mondo, sono sempre il solito fottuto narcisista, ma perché non avevo pensato  che quel futuro sarebbe stato riempito da molte più persone di quelle che capita di incontrare in una vita normale o in un arco di tempo così breve.

I numeri non li avevo considerati.

A dire il vero non li ho mai considerati, non ho mai avuto un buon rapporto con la matematica.

Eppure la vita è strana e fa intrecciare cose improbabili con altre cose che tu credi siano gli unici punti fermi.

All'inizio della mia carriera di insegnante una delle prime persone con cui mi sono confrontato è stato proprio un insegnante di matematica, il mio delle medie, bravissimo, al quale, parlando del rapporto che normalmente un insegnante ha con i suoi allievi dissi che non era facile avere distacco, soprattutto all'inizio.

E subito dopo gli chiesi se lui ci fosse riuscito, se dopo 30 anni di insegnamento lui fosse riuscito ad avere un minimo di freddezza e distacco. Lui mi sorrise e scuotendo la testa mi disse di no che non solo non è facile, ma che è impossibile. Spesso sono stato rimproverato di prendere il mio lavoro come un'ossessione, di lasciarmi coinvolgere troppo.

E col tempo ho visto che questa cosa non solo era vera, ma rischiava, col tempo di essere distruttiva: annullare la propria vita privata per il lavoro, per qualunque lavoro, non bisogna farlo, perché noi non siamo quello che facciamo ma quello che siamo passa attraverso quello che facciamo, l'importante è però che passi senza distruggerlo, come un leone che al circo attraversa il cerchio di fuoco, compie quel gesto con precisione, velocità e nello stesso tempo pazienza e metodo, non si brucia, anche se il fuoco è attraente e lambire le fiamme farebbe scattare un applauso fortissimo.

Questa cosa l'ho imparata e questa estate quando riflettevo su come avrei dovuto impostare la mia vita se fossi tornato ad insegnare mi sono dato una sola regola: qualunque cosa tu faccia, non legarti, non legarti ai colleghi, non legarti ai ragazzi, fai il tuo lavoro, fallo bene, fallo meglio che puoi, ma non coinvolgerti troppo. 

Ma come si fa a rispettare quella regola quando hai visto il dispiacere, non solo tuo, ma anche dei ragazzi, alla notizia(poi per fortuna rientrata) della fine del mio incarico?

Allora vuol dire che io quella regola non ho nemmeno finto di rispettarla?

Mi sono illuso, non lo so, mi faccio sempre un sacco di domande, ma questa cosa delle regole mi sa di battaglia persa.

E l'ho fatto di nuovo, ci sono cascato di nuovo come direbbe Britney Spears, mi sono affezionato di nuovo.

Stamattina entro in una della classi e trovo un cartellone con una scritta bellissima che mi colpisce anche più del regalo( una maglia originale della Juve) perché la scritta è azzecatissima e non avrebbero potuto sceglierne una migliore per descrivere me e loro: " il futuro appartiene a coloro che credono alla bellezza dei propri sogni" .

Ho capito che mano a mano che il tempo passa il rischio di considerare il sogno come una cosa normale cresce e che se non trovi qualcosa o qualcuno che ti ricordi costantemente questo pericolo sei finito, muori senza accorgertene. 

La matematica, i numeri, le scelte che fai, tutto si intreccia: 6 anni di laurea, 5 di insegnamento, una media di 70, 80 studenti l'anno, fanno quasi  400 e quando mi dicono che non ha senso fare questo mestiere, che i ragazzi sono tutti uguali, che non hanno valori, che non hanno rispetto, che non hanno educazione, provate a parlare con uno di quei 400. E i casi sono due: o io ho un culo bestiale e gli unici 400 li ho beccati io o forse tutti quei discorsi sull'inutilità dei giovani non portano da nessuna parte.

C'è così tanta bellezza in questo mestiere, da una parte e dall'altra della cattedra, che raccontarlo non solo è difficile, ma è impossibile.

E'bello e come ogni cosa che ha in sè un germe di bellezza la si vive, rinunciando a capirla fino in fondo. La bellezza è infinita, più o meno come un sogno.

Sulla smemo ho letto una cosa che mi è rimasta impressa: " Se il sogno muore che ne sarà del sognatore? Ma se muore il sognatore, che ne sarà del sogno?"

Chissà se avremo mai la risposta a questa domanda, se io o i miei ragazzi, saremo in grado di darla.

Chissà.




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26 ottobre 2011
ventisei ottobre
Ho sempre pensato che uno ha dei punti fermi e che quei punti abbiano una velocità che non può cambiare. Non credevo si potesse arrivare a 33 anni e avere così tanta paura e così tanto coraggio da farti mettere in discussione tutte le certezze. Eppure è bello, è maledettamente bello il tempo che passa, è bello provare a essere felici a 33 anni, raccontare a te stesso e ai tuoi ragazzi che in fondo non lo sei mai stato che hai provato stamattina a cominciare ad esserlo. E' bello sapere di aver fallito tutto, di avere sbagliato, ma di avere vinto per il semplice fatto che hai ancora un giorno per potere fare tutto bene e per potere lavorare su te stesso, partendo da zero come se non avessi vissuto. Tutto sbagliato, tutto da rifare. Pensavi di avere lavorato bene, di avere trovato il modo, che quel modo fosse tuo e che tutto il resto dovesse modellarsi su quel tuo modo di essere. E invece. E invece è bello cambiare atteggiamento, ogni attimo, ogni minuto, vedere che il tempo passa  e che l'importante è quello che fai oggi, è il sorriso che dai a te stesso oggi, l'opportunità che ti concedi. Non lo so, forse sono diventato banale, forse non è più il tempo dei dubbi, delle fantasmagoriche certezze, della parola perfetta cercata a tutti i costi. Forse è più importante vivere, perché chissà cosa ci sarà dopo, un attimo dopo, una vita dopo, che senso ha lasciarsi scappare tutto questo. E' banale tutto questo ma è bellissimo.



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3 settembre 2011
tre settembre
Puoi vedermi, mentre col mio retino per farfalle cerco di acchiappare tutti i pensieri, qualunque soffio di vento o filo d'erba, mentre cerco incessantemente di riempire il mio prezioso strumento di qualcosa di altrettanto vitale: parole.
Ho un rapporto conflittuale con le parole, lo diresti mai?
Voglio dire, se leggi il mio blog tutto puoi pensare tranne che questo.
Se uno vede quel fiume in piena di parole tutto pensa tranne che Davide abbia problemi con le parole.
E invece li ha eccome.
E certe volte è felice di averceli questi problemi, altre volte non sopporta che dire le cose debba essere così difficile, così complicato, che io stia lì, a volte mesi interi, ad aspettare la parola giusta, piuttosto che fare come la gente normale e accontentarsi di quello che c'è e non curare così tanto, non aspettare così tanto.
Alla fine sono solo parole, si dice così.
Invece per me è importante, è importante dire ed è importante il suono.
Di ogni cosa ascolto il senso ma più di ogni cosa mi colpisce, mi fa male o mi fa bene il modo in cui quella parola arriva, se si schianta al suolo o se atterra dolcemente.
Prima era più facile, c'erano lunghi periodi in cui non facevo altro che accumulare parole, formavo il mio linguaggio nell'attesa che la vita da bambino finisse e nella speranza che cominciasse quel tanto agognato mondo adulto che osservavo, spiavo, odiavo e amavo più di ogni altra cosa.
Adesso è difficile, il cammino per sentire quel suono si fa ogni anno che passa più impervio.
La coerenza resiste così come è viva la consapevolezza che è solo attraverso le parole che io posso spiegare a me stesso e anche agli altri, quello che sono, quello che vivo, quello che sento e quello che vorrei sentire.
Così, da quattro anni vivo nove mesi di apnea, in cui tutto è fermo, in cui le parole che vorrei uscissero da me sono ferme perché sono altre quelle che devono uscire.  Nove mesi di apnea, di bellissima apnea, di meravigliosa schizofrenia che non vorrei finisse mai e poi, di colpo, il silenzio.
Niente più voci di bambini o di ragazzi, niente più grattacapi con la segreteria, niente più scuola, niente più scuola, niente più scuola. Dovrei vivere la mia vita in maniera diversa, lo dico a me stesso da quando sono arrivato qui, trovare più equilibrio, fare in modo che le vacanze siano un collante tra i mesi lavorativi e quelli di pausa.
Ma perchè sento che non ce la farò mai?
E perché non riesco a vedere questo non riuscire come una sconfitta? 
Il flusso di pensieri non si arresta, è una matassa, un groviglio.
Riguarda me prima di chiunque altro. Sono felice in questi giorni, di una felicità che so soltanto io.
Felice perché sento che sto rimettendomi al centro, che le ferite di una vita si stanno rimarginando, che sto tornando ad essere egoista a fregarmene degli altri, a essere malato di quel randagismo che mi ha reso libero, che da quando sono andato via da casa è stata la mia luce, sottomesso alla mia libertà, con la mia prateria come unica padrona.
Cattivo, dico a me stesso che forse posso tornare ad essere cattivo come un anno fa.
C’è un film, il titolo non lo ricordo, ma c’è Benicio Del Toro. Si trova ai bordi di una piscina con una bambina che avrà, sette,forse otto anni.
E questa bambina ha paura dell’acqua, non sa nuotare, non sa stare a galla.
Lui nemmeno ci prova a farle grandi discorsi.
Semplicemente, in modo drastico, la prende e la butta in acqua.
Dopo pochi secondi la bambina è a galla, ancora un po’ impaurita. Esce subito dall’acqua, un po’ stordita per quella lezione imprevista. E Benicio del Toro le dice una cosa che ho fatta mia. Le dice: “ Hai visto? E’ facile fare una cosa quando si è imparata a farla…”
Mi è tornata in mente oggi questa scena mentre mi arrabbiavo per una sciocchezza, mentre mi cercavo e quando per l’ennesima volta stavo per chiudere infruttuosamente le ricerche (pensando però sempre a domani, domani ricomincio)ho capito che ero ancora lì.
Che nella vita capita di perdersi ma che se hai imparato il modo per volare è come quando impari ad andare in bicicletta, alla fine della tua vita saprai ancora guidarla benissimo.



permalink | inviato da miocuggino il 3/9/2011 alle 11:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 agosto 2011
ventisette agosto
Mentre ascolto Angie dei Rolling Stones, in una casa dolcemente vuota penso. Che fra poco partirò. Taormina, Roma e poi di nuovo Milano. Una città che amo di più, anno dopo anno. Anni. Il mese prossimo saranno quattro che tutto ha avuto inizio. Mi ricordo l'innocenza, mi ricordo che stavo con Laura, mi ricordo che era più facile tirare fuori il meglio di me. E non c'era niente, non c'era un passato, non c'era un futuro. Tutto doveva ancora diventare, più facile, più difficile. Eppure era più facile. E' successo di tutto, la vita è stata dominata dal lavoro, dai ragazzi, dai miei ragazzi, dalla mia generosità, dalla mia intelligenza, dalla mia furbizia, dalla mia intraprendenza, dalla mia schiettezza.  La mia giovinezza, la mia linea d'ombra. Quel mio modo di chiudere la porta alla sofferenza. Ho tante piccole grandi gioie da recuperare. E quale momento migliore che il peggiore? Le belle giornate sono fatte per annusare la pioggia. Le brutte per immaginare il sole. Io sono fatto così. Gioia numero uno: essere partito che ero ancora nei venti. Nei momenti in cui gli stimoli venivano a mancare, il pensiero di essere stato un ventenne che fuggiva verso i propri sogni mi ha dato forza. Gioia numero due: la mia macchina digitale. E' diventata una specie di feticcio, un oggetto di culto richiestissimo e io felice di esserne il padrone. E' stato la prima cosa che mi sono comprato. Gioia numero tre: I pesci rossi. Si chiamano tutti Boris e l'ultimo è Boris VI. Gioia numero quattro: STIAMO LAVORANDO PER LEI.

"Su tutto quello che mi piace, sulla ruggine del cantiere, sulle fradice tavole della palizzata, cade una luce avara e ragionevole, simile allo sguardo che si getta, dopo una notte insonne, sulle decisioni che si son prese il giorno prima, sulle pagine che si sono scritte di getto, senza una cancellatura..."
(J.P Sartre, La Nausea)



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19 agosto 2011
diciannove agosto
"Sono tempi rock'n roll/ che si resta senza fiato"

Mano a mano che passa il tempo, che passa questo tempo, che passano questi anni, la vista interiore si appanna, il tuo tempo non corrisponde al tempo che battevi quando eri più piccolo, meno adulto, meno pressato, meno stressato.
Scrivi con più fatica, vivi con più apprensione.
E' tutto più grande, più pesante e ogni giorno c'è una paura diversa e distendere il rotolo dei pensieri è sempre più difficile.
Ma lo fai, lo fai e non certo perché devi.
Lo fai perché puoi, lo fai perché sai, lo fai perchè quello è il tuo modo, forse l'unico. E a pensarci bene, se una cosa funziona, che bisogno c'è di comprarne un'altra, magari più evoluta, magari più tecnologica, che bisogno c'è?
Ho corso come un matto, mi sono dedicato agli altri, sempre meno a me stesso. C'è stato un tempo in cui mi sono scordato di essere bello e di esserlo dentro, di essere un diamante che brilla di luce propria e che ogni tanto si dà agli altri.
Quando vuole, quando sente nei pugni la forza necessaria per poter sferrare un attacco, nel caso si venisse colpiti. Sono un'anima divisa in due, una parte egoista e una parte generosa.
E la bellezza che sento riavvicinarsi giorno dopo giorno, quella che mi è mancata in questo periodo è ancora lì.
E tu sei ancora capace di passare con disinvoltura da una parte all'altra delle tue attitudini.
Mi rimetto al centro, bravo come solo io so essere nello stare sia al centro che ai margini.



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5 agosto 2011
cinque agosto
Ho sempre detestato scrivere qui di ciò che leggevo, della musica che ascoltavo, non mi aggrappo mai alle parole degli altri, preferisco sempre trovare le mie, quelle che mi appartengono e un giorno dopo non sono più mie ma nemmeno di qualcun altro.
Questo accadeva fino a poco tempo fa, poi arrivò la stanchezza, la scrittura si fece più discontinua, disorganica come la tua stessa vita, ai margini ma come qualcosa che è in castigo, in un angolo.
Ed è quando finiscono le parole tue che ti aggrappi a quelle degli altri, che cerchi le citazioni, che ascolti canzoni che hanno dei testi significativi, che ti rappresentano. E magari fai così per mesi, per anni, per tutta la vita e se sei una persona che non analizza, che non spacca il capello, che non prende sonno se non ha metabolizzato quel pensiero, quello stato di cose ti aggrada, è la tua vita, le canzoni, i libri, la poesia, in fondo sono fatti per quello.
Ma io sono Davide. E non mi reputo particolarmente intelligente o acuto, ma una cosa l'ho capita: che ogni volta che io faccio qualcosa o che vengo spinto verso qualcosa, c'è sempre sempre sempre una logica. Una razionalità che spesso sta invisibile per mesi fino a che tiri un sospiro di sollievo e dici: ok, è tutto a posto, è tutto come prima, è tutto a posto, è tutto come prima, è tutto a posto, è tutto come prima. Non ho mai dato nessun peso alla parola cambiamento, meno che mai alla parola evoluzione, per il semplice fatto che mi stavo evolvendo, che stavo cambiando. E adesso che l'evoluzione è ferma, che il fiume in piena si è placato, dopo quattro anni vorticosi, osservo l'evoluzione degli altri. E percepisco che nulla è finito in me, nulla si è distrutto ma tutto si sta evolvendo.
I cambiamenti che vedrò da settembre in poi saranno i più importanti da quando sono andato via.
Non sono pronto, non sono pronto, non sono pronto. Ma so di esserci stato e di esserci in questo silenzio e in questa attesa.
E' tutto come prima.



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DIARI
6 luglio 2011
sei luglio
Da un po' di tempo ho smesso di pensare a me da bambino, di cercare risposte attraverso quelle immagini bellissime, alcune in bianco e nero, quelle foto dove c'erano quegli occhi profondi, bellissimi, teneri. E ho iniziato a voler bene a quegli stessi occhi ma nelle foto da adulto. Le foto più recenti sono molto belle, mi ci ritrovo, c'è qualcosa che è cambiato, cerco di capire dove è finita la poesia, la magia, so che c'è, distribuita in modo diverso, spalmata sulle cose che faccio e che vivo ma c'è. Finora sono stato molto individualista, quella poesia, quella magia, quel modo di fare le cose erano miei e soltanto miei e da me dovevano tornare alla fine della giornata, alla fine di un periodo, alla fine di un ciclo di esperienze e di emozioni più o meno bello. Adesso è cambiato qualcosa e non so come e non so perché, ma so che questo è l'inaspettato che un po' mi piace, l'imprevedibile che prima invadeva la mia vita adesso è una flebile fiammella, ma devo comunque custodirla gelosamente con le mie manine. Sono bello, in questo periodo sono bello anche se stanco e in quelle foto si vede, si vede che c'è della vita, vita che ha fatto il suo dovere, in barba a ciò che pensavi, in culo al tuo desiderio di vederti come insegnante di italiano a spiegare Calvino e Pavese, la vita ti sta imponendo di diventare un insegnante di storia e di geografia e non lo rimpiango. Ho capito perchè guardavo quelle foto, ho capito una delle tante cose che quegli occhi chiedevano. Chiedevano cosa si prova ad essere adulti, chiedevano non tanto come si fa o come ci si arriva, ma cosa si prova e a cosa bisogna rinunciare e cosa c'è di diverso nella vita che facevi quando l'unica responsabilità che avevi era quella di porti quelle domande. Ed è bellissima, anche se riesco a malapena a sentirla la luce che emana la risposta a una di quelle tante domande: essere adulti significa scendere a compromessi, lasciare che la vita faccia il suo dovere, i suoi magheggi facendoti arrabbiare perchè da bambini è una gran cazzata che gli adulti scelgono per te, sei tu che scegli con che occhi guardare il mondo, che occhi indossare per tutto il tempo di quel viaggio. Ecco.



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8 giugno 2011
otto giugno

Non è stato un anno scolastico facile, non è stato un anno facile, anzi, è stato un anno difficilissimo. Mi sono sbattuto come un ovetto, una frittata spalmata su tre scuole, elementari medie e superiori, non mi sono fatto mancare nulla, arrabbiature tante, gratificazioni pochissime, soldi meno che mai. Ripartire da una mediocrità che la vita ti ha imposto per un po' di mesi non è facile. Specie quando da sempre hai odiato la banalità, le ripetizioni, le sensazioni già raccontate. Più si cresce e più e così credo. Il multiforme che sei sempre stato, il cangiante che non hai mai smesso di essere lo devi cercare. Le sfaccettature sfuggono e tu devi inseguirle. Ciò che sei stato e che vorresti continuare ad essere va sempre più veloce e tu sempre più stanco, più sfatto, sbiadito, con gli anni che passano e con ancora la voglia di fermare il tempo, con il terrore del tempo che passa, con la paura di non poterlo raccontare più, con la paura di voltarsi indietro, troppo indietro, con addosso la sensazione che guardarsi intorno, guardare avanti sia inutile, che il bagaglio che hai accumulato sia più che sufficiente. Sapere di non avere più 30 anni mi ha messo addosso una tristezza che sembra infinita, ha provocato un'assenza di parole, un'emorragia al contrario che mi è piovuta addosso in modo chirurgico. In modo preciso. In questo senso la mia vita mi piace ancora da morire, perché comunque sia quello che accade è preciso, quello che mi succede è frutto di qualcosa che è accaduto prima, di qualcosa che ho accumulato prima. E forse sta accadendo questo anche adesso, sto accumulando, sto viaggiando verso una vita nuova che già c'è, ed è come in quei film dove c'è l'autostoppista che prende in macchina un perfetto sconosciuto e si guardano con diffidenza, scambiandosi poche parole, nell'attesa di scoprire se uno dei due è un assassino o se il viaggio diventerà un viaggio vero, con un paesaggio, con delle risate, con delle lacrime. Ecco, forse, senza che me ne accorgessi è iniziato un viaggio nuovo. E ho già bucato, ma io con i motori non ci so fare...




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DIARI
25 maggio 2011
venticinque maggio
Quando ero piccolo avevano assegnato a me e mio fratello un compito da portare al catechismo, dovevamo portare delle rose. Io ero già nel panico un attimo dopo l'assegnazione di questa cosa, mio fratello più grande, più spavaldo e più furbo di me, no. Andò, senza farsi vedere, a razziare nel giardino del vicino, con un coltello, due o tre rose, una delle quali finì a me. Non so perché, tra i tanti ricordi che ho, mi è tornato in mente questo. Forse sto davvero rimettendo assieme i pezzi della mia meravigliosa complessità, forse sta tornando a piacermi questa parola, complessità. Forse ho pensato di poterne fare a meno o di poterla vivere sotto una luce diversa. Metto assieme i pezzi e passato e presente tornano a incastrarsi in un flusso che ricorda i non lontani tempi migliori. Stamattina, sulla via del ritorno, c'era un'aiuola, dove c'erano, appunto, delle rose. E per la prima volta in vita mia mi sono fermato ad annusarle. Almeno credo fosse per la prima volta. Quando non ti ricordi se hai fatto una cosa o è passato troppo tempo dall'ultima volta o non l'hai mai fatta. Quell'odore era bellissimo, come l'acqua che ho visto l'altro giorno. Come il film che ho visto l'altro giorno, The tree of life, che mi ha fatto uscire dal cinema con la sensazione netta che io avessi visto la luce per la prima volta. Dobbiamo dimenticare, per ricordare. Dobbiamo perderci per ritrovarci.



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21 maggio 2011
ventuno maggio
Ieri ho fatto una cosa intelligente, la prima dopo tanti mesi.
Lo dico senza schernirmi, per una volta ancora alzando la testa, rialzandola dopo tanto tempo, valutandosi per quello che si è, ricordandosi di essere una grandissima persona che ha dato tanto al mondo, a sé stesso, che soprattutto ha prodotto equilibrio e serenità. Ero in anticipo sulle mie due ore con la piccola Cristina e ho provato a rilassarmi e non ci riuscivo, accade così ormai da mesi.
C'era caldo e avevo sete.
Avevo un bar vicino e avevo anche nella borsa da lavoro una bottiglietta d'acqua che avevo già consumato nelle ore precedenti.
La scelta è sembrata scontata per qualche minuto, dopodichè mi sono allontanato dalla mia panchina e ho iniziato a cercare una fontana. Stanno scomparendo, se ne trovano sempre meno, ma ci sono.
Era la prima volta, c'è sempre una prima volta per ogni cosa, era la prima volta che cercavo l'acqua in questo modo.
E mentre camminavo mi venivano in mente le parole di Lorenzo, quelle con cui ha aperto il bellissimo concerto che ho visto sabato scorso: “ Toglimi la sete e andrò a cercare una sorgente”.
Mi accorgevo, minuto dopo minuto che non era la sete che volevo placare, che anzi la sete scompariva fino quasi ad attenuarsi, mano a mano che vagavo alla ricerca di quella fontana. E quando inaspettatamente l'ho trovata, la sete era scomparsa, era diventata solo un bisogno fisico.
Non volevo bere l'acqua, volevo vedere l'acqua, volevo cercare l'acqua, sentire l'acqua, ho anche pensato di bagnarmi la testa.
Mi è tornato in mente un libro letto tantissimi anni fa, di Leo Buscaglia, vivere, amare, capirsi. Non ricordo di cosa parlasse, ma ricordo che a un certo punto chiedeva al lettore se si fosse mai soffermato ad ascoltare certi suoni o rumori che fanno parte del nostro quotidiano, così tanto che ormai ci siamo assuefatti e ci sembrano normali. Per esempio, il rumore dell'acqua, prima di sentirla al tatto, sentirne il rumore. La sete viene dopo. Ieri per la prima volta, ho aperto una breccia in questo fiume di pensieri sconnessi, ho messo la mano nella carne, nella mia carne, ho sentito il marciume e mi sono sentito vivo, vero. Il che non vuol dire che io lo sarò o che tornerò ad esserlo, il che non vuol dire che la vita ricomincia, il che non vuol dire, il che non vuol dire, il che non vuol dire. Intanto l'ho fatto.



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11 marzo 2011
undici marzo

Un signore che legge Life, l'autobiografia di Keith Richards, il treno delle 10:53 soppresso, sognare Ottavia dopo tanto tempo, due signori che guardavano i loro biglietti per vedere se erano obliterati bene, una ragazza che legge Fabio Volo, champagne supernova degli oasis, i'm the walrus dei beatles, un signore che spiegava il funzionamento del tablet a una che sembrava sua madre e invece era la sua fidanzata, prendere al volo il treno delle 10:01, avere l'abitudine di prendere un caffè ma non prenderlo perchè è un'abitudine, la signora dell'edicola che nel darmi il giornale mi dice tenga giovanotto, il sorriso che ho adesso nel pensarci, la bella vita di jovanotti, Radio Zeta, dalle parti di Lecco che ci ricorda che all'Antares di Pavia ci sarà il grande Pietro Galassi, una rosa e un bacio alla donna che ho nel cuore, Penny Lane dei Beatles, l'ultimo singolo degli Skunk Anansie, un signore sui sessanta seduto sul predellino di una vespa gialla che aspetta qualcosa o qualcuno, Irene Grandi che si prende un pocket coffie prima della tourneè, un signore spettinato che si accarezza i baffi, black holes and revelation dei muse, io confesso, Mauro Ermanno Giovanardi featuring La Crus, la radio che non si sente nelle gallerie, ascoltare per un paio di minuti un tizio che sembra dire cose intelligenti e scoprire subito dopo che è Federico Moccia, un cane che dorme in un giardino, letteralmente stravaccato(o stracagnato), il lago alle sue spalle, scorrere le stazioni radio quando si è in galleria solo per il gusto di sentire quel rumore, U-Berlin dei Rem, l'Eurospin di Bellano, il signore vestito in modo eccentrico che a detta del controllore dev'essere ospite fisso di quei vagoni, colorare di rosso il segnalibro dell'agenda, Happy hour di Ligabue, Parlo con te di Giorgia, sentire un'intervista di Raphael Gualazzi e scambiare la sua voce per quella di Mauro Ermanno Giovanardi, mio nipote che fa ciao ciao con la manina quando gli togli di mano qualcosa, un esilarante scambio di sms con Anna, la scritta Trenitalia un po'cancellata in modo che si legga Trinità, il sole su Villapizzone, non ricordarsi l'esatta sequenza di treni che si sono presi migliaia di volte, un signore che sembra un mio vicino di casa ma con venti anni di meno, sedersi nello spazio che sta tra una cabina e l'altra in quei due sedili che fanno tanto salottino, la penna che aveva smesso di scrivere e ha ripreso quasi subito, il colpo di tosse di uno degli Oasis prima dell'inizio di wonderwall, il passo svelto di una sudamericana col culo grosso mentre scende le scale. La Cisl unisce le generazioni guardando al futuro.




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8 marzo 2011
otto marzo
Perché si scrive ? Stamattina me lo chiedevo pensando alle cose che sono rimaste sempre uguali, a quelle che non torneranno più, a quelle che invece col passare del tempo si solidificano, attraversano le diverse fasi della tua vita e te le ritrovi sempre lì anche se sotto aspetti e forme diversi.
Vorrei raccontare le piccole cose, soffermarmi sui dettagli perché un giorno mi rileggerò e tutti questi grandi pensieri filosofici non mi serviranno a niente, non serviranno a formare un solo ricordo perché non sono ricordo e perché la mia vita un giorno sarà completamente diversa.
Un giorno sarò solo, un giorno non insegnerò più, un giorno non ci saranno più i miei genitori, la mia migliore amica, un giorno avrò problemi di salute e non saprò a che santo votarmi. Perderò la mia curiosità, prima o poi. Fosse anche un attimo prima di morire ma capiterà. E allora penserò, penserò che non ho scritto della signora col chiuahua, stamattina, della ragazza davanti a me, che scrive e poco fa mi ha lanciato uno sguardo.
Penserò che fuggo, fuggo sempre, fuggo dai miei occhi, non li uso, i miei occhi sempre tristi, desiderosi, desiderosi punto e basta. I miei occhi che chiedono e che sono la cosa che mi fa arrabbiare di più, la cosa più bella che ho ma che non riesco a sfruttare, da sempre, purtroppo da sempre.
Stamattina dicevo a me stesso, continuavo a ripetermelo come una preghiera, scrivi, cazzo, scrivi, scrivi se oggi c'è il sole, scrivi se hai preso un caffè, scrivi se hai messo il profumo che ti ha regalato Alessia, scrivi se hai pensato di andare dallo psicologo, per capire perché ti stressi tanto e senza motivo, non scrivere dei tuoi dubbi, delle riflessioni esistenziali che sono sicuramente utili adesso, ma non domani, scrivi, cazzo scrivi, che ti stai dondolando sulla sedia, che sei andato a Torino a rivedere la Juve, che hai restituito dei dvd che non sei riuscito a vedere, che è tornato il coinquilino, che hai voglia di rivedere la tua famiglia ma non puoi, che hai comprato tre primule ma che non le sai curare e che per questo loro moriranno prima o poi.
Scrivi che oggi c'è il sole.
Oggi c'è il sole.




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21 febbraio 2011
ventuno febbraio

Sul desktop del mio computer campeggia una foto mia di quando avevo otto mesi. Due in meno di mio nipote che è bellissimo, gattona e ha un senso dell'orientamento e dello spazio fantastico. Sto ripartendo dalle cose che mi piacciono, da quelle che mi hanno fatto sempre sentire vivo, sto ripartendo anche se non mi sono mai fermato o forse non mi sono mai mosso. Forse ho sempre pensato di muovermi, forse ho sempre fatto le stesse cose. Uno gira intorno a se stesso e pensa di girare intorno al mondo intero e nel frattempo la vita finisce e tu hai fatto solo ed esclusivamente quelle cose. Libri, musica, osservazione del mondo tramite film o qualche serie televesiva fatta in modo eccellente. Mi chiedo se sia giusto o sbagliato. Di sicuro è giusto in questo momento, in un periodo così frammentario recuperare le cose semplici che si pensava fossero solide e invulnerabili come te. Sono intelligente. Capisco sempre i momenti come questo. E vado a naso, seguo l'istinto che mi dice fai questo, fai quello, muoviti in quella direzione, non importa se non capisci il perché ma intanto fallo. Così due domeniche fa sono andato alla bellissima manifestazione intitolata " Se non ora quando" e mi sono passati accanto Dario Fo e Franca Rame, poco prima di fare il loro intervento sul palco. Sabato sono andato sui navigli e mi sto innamorando di quella parte di Milano, che è quella dove viveva Alda Merini. E un attimo prima di uscire di casa, quando già la chiave era nella toppa ho avuto l'intelligenza di togliere dalla borsa il libro che stavo leggendo e di mettere invece il librone con tutte le opere di questa poetessa straordinaria. Non capivo perché stessi facendo questo, ma come ho detto, vado a naso, l'istinto diceva di farlo e io l'ho fatto. E sui navigli ho letto Alda Merini e ancora una volta l'istinto aveva ragione, perchè quello era il mio modo di stare bene quel giorno, sulla riva di porta ticinese, o ripa, come la chiamano quelli che la conoscono meglio a prendere tutto il sole che c'era. E penso che questo sia quello che sto facendo in questo periodo e cioè una cosa che non facevo da mesi, chiedermi cosa voglia davvero, cosa piaccia davvero a Davide, prima ancora di capire cosa sia in questo momento o cosa sia diventato o cosa stia diventando o cosa rischi di diventare, prima ancora di tutto questo chiedersi cosa voglia davvero Davide, cosa mi faccia stare bene.  Buon inizio di settimana.

 

 

 

 




permalink | inviato da miocuggino il 21/2/2011 alle 18:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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Scherzi a parte, sai cosa sogno qualche volta? Di volare. Comincia come una corsa a perdifiato e allungo il passo sempre di più. Intato il terreno sotto di me diventa sassoso e ripido e ad un certo punto vado così veloce che non tocco nemmeno più terra. Galleggio nell'aria ed è bellissimo, bellissimo. Mi sento libera e al sicuro. Poi tutto d'un tratto mi rendo conto che sono completamente sola. E li mi sveglio. (500 giorni insieme)