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E brindo a chi è come me ar bar della rabbia e più bevo e più sete me viè sti bicchieri sò pieni de sabbia
26 novembre 2011
oops i did it again

Fra pochi giorni saranno sei anni che sono laureato.

Se quel giorno mi avessero detto che avrei scritto qualcosa citando una canzone di Britney Spears, forse non ci avrei creduto, forse avrei ingrandito i miei occhi già grandi, sicuramente avrei avuto, curiosità, stupore e fretta, tanta fretta mista a voglia di percorrere gli anni che da lì in poi mi avrebbero riservato tante sorprese.

La parola futuro è la più difficile da pronunciare per un giovane, sembra strano ma è così, perché quel futuro è appena cominciato, perché sei tu quel futuro e perché quella fretta che hai deve diventare pazienza, tenacia nell'affrontarlo, devi liberarti dalla fretta e affrontare ogni giorno come se fosse un anno, ogni minuto come se fosse una vita.

Le sapevo queste cose sei anni fa, le intuivo, me la sono sempre cavata bene con l'intuito, sentivo che quel futuro che stava cominciando dovevo viverlo.

E quando mi è stata data la possibilità di viverlo io ero lì, pronto, a non capire quello che stavo facendo a farlo, a vivere un sogno che non era il sogno di un altro ma era il mio.

Ero pronto, a vedere progressivamente sciogliersi sotto i miei occhi quella fretta e a vederla trasfomarsi in pazienza, spirito di osservazione e un mucchio di altre cose che mai avrei immaginato di avere dentro e riuscire ad usare.

Ho sempre parlato di me quando ho scritto, sempre e dannatamente autoreferenziale.

E mano a mano questo tabù si sgretola e non già perché io sia improvvisamente diventato umile o non desideroso di migliorarmi e di considerarmi il centro del mondo, sono sempre il solito fottuto narcisista, ma perché non avevo pensato  che quel futuro sarebbe stato riempito da molte più persone di quelle che capita di incontrare in una vita normale o in un arco di tempo così breve.

I numeri non li avevo considerati.

A dire il vero non li ho mai considerati, non ho mai avuto un buon rapporto con la matematica.

Eppure la vita è strana e fa intrecciare cose improbabili con altre cose che tu credi siano gli unici punti fermi.

All'inizio della mia carriera di insegnante una delle prime persone con cui mi sono confrontato è stato proprio un insegnante di matematica, il mio delle medie, bravissimo, al quale, parlando del rapporto che normalmente un insegnante ha con i suoi allievi dissi che non era facile avere distacco, soprattutto all'inizio.

E subito dopo gli chiesi se lui ci fosse riuscito, se dopo 30 anni di insegnamento lui fosse riuscito ad avere un minimo di freddezza e distacco. Lui mi sorrise e scuotendo la testa mi disse di no che non solo non è facile, ma che è impossibile. Spesso sono stato rimproverato di prendere il mio lavoro come un'ossessione, di lasciarmi coinvolgere troppo.

E col tempo ho visto che questa cosa non solo era vera, ma rischiava, col tempo di essere distruttiva: annullare la propria vita privata per il lavoro, per qualunque lavoro, non bisogna farlo, perché noi non siamo quello che facciamo ma quello che siamo passa attraverso quello che facciamo, l'importante è però che passi senza distruggerlo, come un leone che al circo attraversa il cerchio di fuoco, compie quel gesto con precisione, velocità e nello stesso tempo pazienza e metodo, non si brucia, anche se il fuoco è attraente e lambire le fiamme farebbe scattare un applauso fortissimo.

Questa cosa l'ho imparata e questa estate quando riflettevo su come avrei dovuto impostare la mia vita se fossi tornato ad insegnare mi sono dato una sola regola: qualunque cosa tu faccia, non legarti, non legarti ai colleghi, non legarti ai ragazzi, fai il tuo lavoro, fallo bene, fallo meglio che puoi, ma non coinvolgerti troppo. 

Ma come si fa a rispettare quella regola quando hai visto il dispiacere, non solo tuo, ma anche dei ragazzi, alla notizia(poi per fortuna rientrata) della fine del mio incarico?

Allora vuol dire che io quella regola non ho nemmeno finto di rispettarla?

Mi sono illuso, non lo so, mi faccio sempre un sacco di domande, ma questa cosa delle regole mi sa di battaglia persa.

E l'ho fatto di nuovo, ci sono cascato di nuovo come direbbe Britney Spears, mi sono affezionato di nuovo.

Stamattina entro in una della classi e trovo un cartellone con una scritta bellissima che mi colpisce anche più del regalo( una maglia originale della Juve) perché la scritta è azzecatissima e non avrebbero potuto sceglierne una migliore per descrivere me e loro: " il futuro appartiene a coloro che credono alla bellezza dei propri sogni" .

Ho capito che mano a mano che il tempo passa il rischio di considerare il sogno come una cosa normale cresce e che se non trovi qualcosa o qualcuno che ti ricordi costantemente questo pericolo sei finito, muori senza accorgertene. 

La matematica, i numeri, le scelte che fai, tutto si intreccia: 6 anni di laurea, 5 di insegnamento, una media di 70, 80 studenti l'anno, fanno quasi  400 e quando mi dicono che non ha senso fare questo mestiere, che i ragazzi sono tutti uguali, che non hanno valori, che non hanno rispetto, che non hanno educazione, provate a parlare con uno di quei 400. E i casi sono due: o io ho un culo bestiale e gli unici 400 li ho beccati io o forse tutti quei discorsi sull'inutilità dei giovani non portano da nessuna parte.

C'è così tanta bellezza in questo mestiere, da una parte e dall'altra della cattedra, che raccontarlo non solo è difficile, ma è impossibile.

E'bello e come ogni cosa che ha in sè un germe di bellezza la si vive, rinunciando a capirla fino in fondo. La bellezza è infinita, più o meno come un sogno.

Sulla smemo ho letto una cosa che mi è rimasta impressa: " Se il sogno muore che ne sarà del sognatore? Ma se muore il sognatore, che ne sarà del sogno?"

Chissà se avremo mai la risposta a questa domanda, se io o i miei ragazzi, saremo in grado di darla.

Chissà.




permalink | inviato da miocuggino il 26/11/2011 alle 21:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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Scherzi a parte, sai cosa sogno qualche volta? Di volare. Comincia come una corsa a perdifiato e allungo il passo sempre di più. Intato il terreno sotto di me diventa sassoso e ripido e ad un certo punto vado così veloce che non tocco nemmeno più terra. Galleggio nell'aria ed è bellissimo, bellissimo. Mi sento libera e al sicuro. Poi tutto d'un tratto mi rendo conto che sono completamente sola. E li mi sveglio. (500 giorni insieme)