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E brindo a chi è come me ar bar della rabbia e più bevo e più sete me viè sti bicchieri sò pieni de sabbia
DIARI
25 maggio 2011
venticinque maggio
Quando ero piccolo avevano assegnato a me e mio fratello un compito da portare al catechismo, dovevamo portare delle rose. Io ero già nel panico un attimo dopo l'assegnazione di questa cosa, mio fratello più grande, più spavaldo e più furbo di me, no. Andò, senza farsi vedere, a razziare nel giardino del vicino, con un coltello, due o tre rose, una delle quali finì a me. Non so perché, tra i tanti ricordi che ho, mi è tornato in mente questo. Forse sto davvero rimettendo assieme i pezzi della mia meravigliosa complessità, forse sta tornando a piacermi questa parola, complessità. Forse ho pensato di poterne fare a meno o di poterla vivere sotto una luce diversa. Metto assieme i pezzi e passato e presente tornano a incastrarsi in un flusso che ricorda i non lontani tempi migliori. Stamattina, sulla via del ritorno, c'era un'aiuola, dove c'erano, appunto, delle rose. E per la prima volta in vita mia mi sono fermato ad annusarle. Almeno credo fosse per la prima volta. Quando non ti ricordi se hai fatto una cosa o è passato troppo tempo dall'ultima volta o non l'hai mai fatta. Quell'odore era bellissimo, come l'acqua che ho visto l'altro giorno. Come il film che ho visto l'altro giorno, The tree of life, che mi ha fatto uscire dal cinema con la sensazione netta che io avessi visto la luce per la prima volta. Dobbiamo dimenticare, per ricordare. Dobbiamo perderci per ritrovarci.



permalink | inviato da miocuggino il 25/5/2011 alle 18:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
21 maggio 2011
ventuno maggio
Ieri ho fatto una cosa intelligente, la prima dopo tanti mesi.
Lo dico senza schernirmi, per una volta ancora alzando la testa, rialzandola dopo tanto tempo, valutandosi per quello che si è, ricordandosi di essere una grandissima persona che ha dato tanto al mondo, a sé stesso, che soprattutto ha prodotto equilibrio e serenità. Ero in anticipo sulle mie due ore con la piccola Cristina e ho provato a rilassarmi e non ci riuscivo, accade così ormai da mesi.
C'era caldo e avevo sete.
Avevo un bar vicino e avevo anche nella borsa da lavoro una bottiglietta d'acqua che avevo già consumato nelle ore precedenti.
La scelta è sembrata scontata per qualche minuto, dopodichè mi sono allontanato dalla mia panchina e ho iniziato a cercare una fontana. Stanno scomparendo, se ne trovano sempre meno, ma ci sono.
Era la prima volta, c'è sempre una prima volta per ogni cosa, era la prima volta che cercavo l'acqua in questo modo.
E mentre camminavo mi venivano in mente le parole di Lorenzo, quelle con cui ha aperto il bellissimo concerto che ho visto sabato scorso: “ Toglimi la sete e andrò a cercare una sorgente”.
Mi accorgevo, minuto dopo minuto che non era la sete che volevo placare, che anzi la sete scompariva fino quasi ad attenuarsi, mano a mano che vagavo alla ricerca di quella fontana. E quando inaspettatamente l'ho trovata, la sete era scomparsa, era diventata solo un bisogno fisico.
Non volevo bere l'acqua, volevo vedere l'acqua, volevo cercare l'acqua, sentire l'acqua, ho anche pensato di bagnarmi la testa.
Mi è tornato in mente un libro letto tantissimi anni fa, di Leo Buscaglia, vivere, amare, capirsi. Non ricordo di cosa parlasse, ma ricordo che a un certo punto chiedeva al lettore se si fosse mai soffermato ad ascoltare certi suoni o rumori che fanno parte del nostro quotidiano, così tanto che ormai ci siamo assuefatti e ci sembrano normali. Per esempio, il rumore dell'acqua, prima di sentirla al tatto, sentirne il rumore. La sete viene dopo. Ieri per la prima volta, ho aperto una breccia in questo fiume di pensieri sconnessi, ho messo la mano nella carne, nella mia carne, ho sentito il marciume e mi sono sentito vivo, vero. Il che non vuol dire che io lo sarò o che tornerò ad esserlo, il che non vuol dire che la vita ricomincia, il che non vuol dire, il che non vuol dire, il che non vuol dire. Intanto l'ho fatto.



permalink | inviato da miocuggino il 21/5/2011 alle 23:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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Scherzi a parte, sai cosa sogno qualche volta? Di volare. Comincia come una corsa a perdifiato e allungo il passo sempre di più. Intato il terreno sotto di me diventa sassoso e ripido e ad un certo punto vado così veloce che non tocco nemmeno più terra. Galleggio nell'aria ed è bellissimo, bellissimo. Mi sento libera e al sicuro. Poi tutto d'un tratto mi rendo conto che sono completamente sola. E li mi sveglio. (500 giorni insieme)