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venticinque maggio

Quando ero piccolo avevano assegnato a me e mio fratello un compito da portare al catechismo, dovevamo portare delle rose. Io ero già nel panico un attimo dopo l'assegnazione di questa cosa, mio fratello più grande, più spavaldo e più furbo di me, no. Andò, senza farsi vedere, a razziare nel giardino del vicino, con un coltello, due o tre rose, una delle quali finì a me. Non so perché, tra i tanti ricordi che ho, mi è tornato in mente questo. Forse sto davvero rimettendo assieme i pezzi della mia meravigliosa complessità, forse sta tornando a piacermi questa parola, complessità. Forse ho pensato di poterne fare a meno o di poterla vivere sotto una luce diversa. Metto assieme i pezzi e passato e presente tornano a incastrarsi in un flusso che ricorda i non lontani tempi migliori. Stamattina, sulla via del ritorno, c'era un'aiuola, dove c'erano, appunto, delle rose. E per la prima volta in vita mia mi sono fermato ad annusarle. Almeno credo fosse per la prima volta. Quando non ti ricordi se hai fatto una cosa o è passato troppo tempo dall'ultima volta o non l'hai mai fatta. Quell'odore era bellissimo, come l'acqua che ho visto l'altro giorno. Come il film che ho visto l'altro giorno, The tree of life, che mi ha fatto uscire dal cinema con la sensazione netta che io avessi visto la luce per la prima volta. Dobbiamo dimenticare, per ricordare. Dobbiamo perderci per ritrovarci.

Pubblicato il 25/5/2011 alle 18.46 nella rubrica Diario.

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