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otto febbraio

Caro diario, ieri è stata una giornata molto difficile. 

E’ iniziata in un modo normale ma dopo poche ore già sapevo che sarebbe stata molto complicata e piena di domande ma non come quelle che mi faccio sempre, che girano nel mio cervello praticamente da quando sono nato, no, caro diario, domande diverse. Più semplici. 

Le domande che si fanno i bambini ma che se sono intelligenti e furbi, se la vita non li ha fregati, a volte, si fanno anche i grandi. 

Domande come ciliegie, ne mangi una e subito dopo ne vuoi un’altra e poi un’altra ancora. 

La prima ciliegia è: chi sono io? Sono un’insegnante? Sono un ragazzo o un uomo? Un bambino o un adulto? Lo so, caro diario che sembrano quattro ciliegie, ma cominciamo dalla prima (e un po’ anche dalla seconda). Nonostante siano passati sei anni (sei lunghi e intensissimi anni) dalla prima volta che ho messo piede in una scuola in un ruolo diverso da quello di uno studente io proprio non riesco a dirlo che sono un insegnante. 

I primi anni non era così, i primi anni ero fiero, lo sbandieravo, senza pudore, come se lo fossi, come se fossi bravo, come se fossi arrivato. 

Poi ho iniziato a gridarlo un po’meno, negli anni successivi l’ho appena sussurrato e negli ultimi tempi affronto la domanda rispondendo timidamente: “ lavoro nella scuola”. 

E non certo perché mi vergogni o perché non lo sappia quale sia il mio ruolo, ma semplicemente perché quando ti trovi di fronte ad una cosa bella e quando quella bellezza si svela ai tuoi occhi, anno dopo anno, inondandoti di una luce incredibile non puoi fare altro che reagire a quella luce con un sorriso, con lo stupore di un bambino che vede il mare per la prima volta. 

E lo stupore non ha bisogno di parole, non ha bisogno di un’etichetta, non ha bisogno che si dica nulla. 

Non lo so se ho risposto alla prima ciliegia, caro diario, ma spero che valga il “non lo so chi sono ma lavoro nella scuola”. 

E quindi passo alla seconda. 

Mi piace Siddharta, mi piace l’idea che in una sola persona possano coesistere stando in perfetto equilibrio bambino, adulto e uomo che è avanti negli anni (non mi piace dire vecchio, anziano o uomo maturo). Dopo anni passati a cercare di capire o di far emergere una sola di queste tre parti pensando che potesse essere importante più delle altre due ho capito che la cosa migliore da fare è lasciarle crescere e girare in te tutte e tre. 

Quindi, caro diario, la seconda ciliegia è più facile della prima, sono un ragazzo, sono anche un uomo, prima o poi sarò anche un uomo avanti con gli anni e, ultima cosa ma non meno importante, sono anche un bambino, sono quello che parlava con le lampadine, che si domandava che vita avessero quando erano spente e ancora nella scatola. 

Me le rigiravo tra le mani ed era bellissimo. 

Sognavo di potere diventare giornalaio perché mi piacevano i fumetti e il giornalaio, appunto, era fortunato perché aveva tutti i fumetti lì e li poteva leggere quando voleva. 

Bambino, ragazzo, uomo. 

Far convivere questi tre stati è una delle poche cose che so fare bene, una delle poche cose che so fare. 

E mano a mano che passa il tempo mi rendo conto che quel lavorare a scuola è una grande fortuna, perché ti trovi di fronte tanti piccoli adulti, ragazzi, bambini ai quali devi far capire, con parole diverse e tue quanto sia importante che lascino stare il mondo così com’è, che si divertano in tutti e tre gli stati. 

E quando glielo hai fatto capire vai via. 

Emily Dickinson disse una volta della poesia che era come “accendere una lampada e poi sparire”. 

Ecco.

Pubblicato il 8/2/2013 alle 16.58 nella rubrica Diario.

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